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Il crepuscolo instaurava il suo impero; non era né il giorno splendente, né la notte abissale, ma quel tempo in cui la luce si fa ricordo e l'ombra, una promessa.
Sulla scacchiera gigante, due volontà si affrontavano, signore di un regno geometrico. I loro soggetti avanzavano, ciascuno chiuso nella propria legge: la torre ostinata, che conosce solo la linea retta; l'alfiere obliquo, condannato al suo unico colore; il cavallo capriccioso, capace solo di saltare di traverso; e il re, il più potente, (molto) timido, ridotto ad avanzare di un solo passo.
Attorno a loro, alcune sagome osservavano la partita. I loro volti, scolpiti dal chiaroscuro, erano altrettante mappe silenziose in cui si leggevano la strategia, l'attesa, l'inesorabile fatalità. Ciascuno commentava sottovoce, come se la partita fosse un rituale sacro e non un semplice gioco.
Così, in questo punto d'incontro, si giocavano i destini. I pezzi avanzavano, retrocedevano, catturavano o venivano catturati, senza nulla sapere della volontà che li muoveva. Erano i soggetti del giocatore, ma questi, a sua volta, non era forse il giocattolo di una mano più lontana? E quella mano, di quale altra mano ancora più lontana?